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pensieri per procura
La sensazione è sempre quella di sospensione, non piacevole, piuttosto un limbo grigio e umido, fuori dal mondo delle persone normali, fuori da quell’universo in cui si comprano i fiori il tredicimaggio, fuori dall’oggi non esco sennò li faccio incazzare, fuori. Me lo ricordo l’ultimo giorno in cui ho camminato per quel salotto, c’erano ancora tutti i mobili. Lì era una situazione diversa, una normale evoluzione familiare, eppure sento che un pezzetto dei miei tessuti siano rimasti impigliati lì, in quella casa che poi era anche mia, detto per presunzione. Ci penso oggi perché quel piccolo tessuto non è niente, paragonato al resto. Un tessuto può trasformarsi in un intero organo, in una parte di anima, in qualcosa che non sai descrivere perché l’unica cosa che sai è che ti manca. Il dramma, il dramma vero, è che sai che ti mancherà per sempre. L’ineluttabilità di questo sentimento, che in un modo o nell’altro ti verrà sempre dietro, come un cane-fantasma, ritorna a ondate nella memoria di ogni giorno. Una specie di onda che ti prende alla sprovvista e ti fa ingoiare acqua salata, e tu sei lì come un cretino a dirti: “come riesco a non pensarci ogni minuto del giorno?”. da Instamatic Mind
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b / morten
gettando via quaderni di pensieri adolescenziali
“…qualcuno partirà alla ricerca di qualcosa, realisticamente una carriera. Altri si allontaneranno di poco, un paio di passi, ma sarà come fossero scomparsi, e diremo “ti ricordi quando uscivamo con x?”, almeno fintanto che ne ricorderemo il nome. La maggior parte di noi resterà qui, in balia del ripetitivo scorrere degli eventi. Incontreremo qualcuno con cui passare qualche mese o qualche anno. I nostri ragazzi e le nostre ragazze diventeranno amici. Usciremo sempre in numero pari. Qualcuno a un tratto deciderà di troncare, ma tornerà presto sui suoi passi, o troverà qualcun altro, perchè non gli va di essere il numero dispari. Passerà qualche altro anno e un giorno ci sveglieremo a un matrimonio. Ci sposeremo, sì, e per un po’ continueremo come se niente fosse. Un paio di noi avranno dei figli; cominceremo a vederci sempre meno, famiglie a seguito. Ci telefoneremo qualche volta. Magari ci vedremo per cena. Non così, non qui.”
(2005)
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b / cantautore
Dente arriva con una mezz’oretta di ritardo, ma non è un ritardo da rockstar, un ritardo molto palermitano piuttosto: “è in taxi, imbottigliato nel traffico” mi dicono. Ci credo. È per quello che io al Nuovo Montevergini – dove il musicista di Fidenza si esibirà in serata – ci sono venuto a piedi. Quando infine spunta fuori, nella penombra neanche lo riconosco subito. Della rockstar in effetti ha ben poco: avvolto in una giacca a vento senza soluzione di continuità con l’enorme sciarpa, si guarda intorno con l’aria un po’ dimessa. Dispensa sorrisi facilmente però, e sembra alla mano.
Quello che noto fin dalle prime battute è una erre arrotata alla Guccini che nel cantato incomprensibilmente scompare; mentre parliamo si imbastisce una sigaretta e parla con un’amichevole noncuranza.
A: Evito di farti le solite domande sul nome “Dente” e sulla citazione di Aznavour nel titolo del nuovo album: te le avranno fatte cento volte e le risposte le sappiamo già. Una cosa devo chiedertela però: al tuo nome si accosta sempre l’appellativo di cantautore, ma quando tu ti presenti a qualcuno dici «Ciao sono Giuseppe e faccio il cantautore.»?
Dente: In realtà no. È un po’ brutto dire che faccio il cantautore nella vita. Cioè è molto bello ma è come dire «faccio l’artista»: son quelle cose che non sai mai come dirle. Solitamente mi tengo sul vago e dico che faccio il musicista, ma alla fine mi sento cantautore; anche se «il cantautore fidentino» è una di quelle frasi che non ho mai sopportato e che la Gazzetta di Parma continua a usare nei titoli.
A: Ma per te cosa vuol dire essere cantautore? Si tratta di scrivere le canzoni che si interpretano o c’è di più?
D: Il cantautore, per come lo vedo io, è chi scrive i pezzi che interpreta anche in base ai propri difetti e i propri limiti. Io scrivo canzoni che assecondino le mie capacità, come molti cantautori italiani, che, pur non essendo grandissimi cantanti, con la particolarità della loro voce e del loro modo di cantare hanno fatto la storia.
A: Tra i grandi della musica italiana ti senti sulla scia di qualcuno in particolare? So che ti piace tanto Battisti, pensi di essere su quel genere lì o è un accostamento che fanno soltanto gli altri?
D: Quello con Battisti è un accostamento che hanno sempre fatto e che gradisco perché è uno dei miei artisti preferiti, anche se non è un cantautore.
A: Sul suo paroliere tu hai dichiarato “io fortunatamente non sono Mogol”
D: (ride) Si, è vero.
A: Restando in tema, capita spesso che chi scrive le proprie canzoni insegua certe ricercatezze lessicali per distinguersi dalla massa. Tu no: azzardi rime anche banali, giochi di parole; è una scelta reazionaria o neanche stai lì troppo a pensarci?
D: Mah, mi vengono così. Non ho mai pensato di scrivere con uno stile preciso. L’unico paletto che mi sono sempre dato è di scrivere cose che mi piacciono. Ci sono molte parole e molte frasi che non riuscirei a usare, mi sentirei stupido a cantarle.
A: Andiamo al presente. Io tra di noi è il tuo quarto album; si dice che il terzo sia il disco della consacrazione, il quarto cos’è?
D: Quello della conferma. Si dice. Poi magari è quello del lento declino e finisci a fare dischi che non ascolta più nessuno.
A: Ti auguro di no. E di non finire a fare solo comparsate qua e là; anche se sei uno che di questo genere di cose ne fa. Brunori, Perturbazione, Missincat, Zen Circus, Il Genio, Ruggeri: hai fatto più collaborazioni che dischi. Sei tu che ti infili o sei solo molto richiesto dai colleghi?
D: (ride) Me lo chiedono, non credo di aver mai proposto io una collaborazione. Di richieste me ne arrivano tante poi alcune le accetto altre no, dipende soprattutto da come mi trovo con una persona dal punto di vista umano più che artistico. Per esempio con Dario (Brunori ndr) ci siamo trovati subito bene, come amici.
A: E della scena siciliana hai lavorato con qualcuno?
D: Non mi è mai capitato di collaborare con musicisti siciliani. Conosco da ascoltatore la scena anni ’90: Della new wave mi piace moltissimo Oratio, e poi stasera faccio un pezzo di Nicolò Carnesi, che mi piace molto e con cui ho suonato a Ravenna, e lui farà uno dei miei.
A: Tornando all’album, ho una domanda che non so se metterò nel pezzo, ma mi è stata commissionata da un’amica: perché cazzo Rette parallele dura così tanto? Com’è nata quella lunga coda?
D: Quella canzone lì l’ho scritta tanti anni fa e già avevo in mente quella coda da carnevale brasiliano. Poi, quando ho ripreso tutto il materiale per il nuovo disco, ho scritto il testo con in mente l’idea della voce che scendeva e il carnevale che saliva. (comincia a ridere) Forse ho esagerato un po’.
A: Be se ne esce un po’ storditi
D: Si ti fa pensare: “Basta! Abbiamo capito.” (smette di ridere)
A: Lasciamo da parte la musica per un momento, dato che non è solo di questo che ti occupi. Hai scritto per la raccolta Cosa volete sentire – compilation di racconti di cantautori italiani (Minimum Fax, pp.137, euro 10) e per il Fatto Quotidiano. Scrivere potrebbe essere qualcosa che ti piacerebbe fare da grande?
D: Mi piacerebbe. In realtà scrivere è stato uno dei miei primi sogni. Scrivevo già prima di suonare ma è una roba molto difficile, che lascio a chi sa farla meglio di me. Poi io sono molto pigro e insieme puntiglioso sulle scelte lessicali: scrivere quelle 1500 battute per il Fatto ogni settimana è stato molto impegnativo, non oso immaginare cosa vorrebbe dire per me scrivere un romanzo.
A: Chiudiamo con una domanda più concreta e meno artistica. I fan dicono che i dischi costano troppo; tu, come tutti i tuoi colleghi, hai detto che con le royalties delle vendite non è che si faccia granché; e le case discografiche dicono che c’è troppa pirateria. Come vedi la situazione?
D: Beh, io da una parte sarei felice se un disco costasse tre euro, perché sono un ascoltatore di musica prima di tutto e questo mi permetterebbe di comprarne molti di più. Con il costo che hanno c’è stato un periodo in cui neanche potevo permettermi di comprarne. Però è molto difficile riuscire a far pagare poco un disco: dietro un album, un concerto, ci sono tanto lavoro e tante spese e così come io trovo giusto pagare una ringhiera al fabbro che l’ha fatta, mettendoci materiale e tempo, così penso che anche la musica vada pagata.
A: Quale credi potrebbe essere quindi il futuro della musica?
D: Siamo in un periodo storico abbastanza strano: ci sono ancora i cd e c’è il digitale che non ha ancora preso piede del tutto; è tornato il vinile. C’è un mix che non si capisce bene a cosa potrebbe portare in futuro.
Finiamo di parlare e Giuseppe Peveri, per brevità Dente, si ritrova solo un mozzicone di sigaretta in mano. Lo aspettano il soundcheck e un concerto da tutto esaurito. Il futuro della musica potrà essere incerto ma sul suo sono piuttosto fiducioso.
(Fonte: palermo.blogsicilia.it)
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La camera si è riempita di buio, solo con grande fantasia si può distinguere il biancore del letto, e tutto il resto è nero. Fra poco dovrebbe levarsi la luna. Farà in tempo, Drogo, a vederla o dovrà andarsene prima? La porta della camera palpita con uno scricchiolio leggero. Forse è un soffio di vento, un semplice risucchio d’aria di queste inquiete notti di primavera. Forse è invece lei che è entrata, con passo silenzioso e adesso sta avvicinandosi alla poltrona di Drogo. Facendosi forza, Giovanni raddrizza un po’ il busto, si assesta con una mano il colletto dell’uniforme, dà ancora uno sguardo fuori dalla finestra, una brevissima occhiata, per l’ultima sua porzione di stelle. Poi nel buio, benché nessuno lo veda, sorride.Dino Buzzati - Il deserto dei Tartari (via pensieriminimi)
b \ end vs ending
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cerco di immaginarmi il declino come un momento di libertà
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forse ha ragione il profeta Patrizio
che la vita non è poi questo grande supplizio
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Noi stavamo seduti nei nostri scompartimenti e non sapevamo che tutto era già perduto. In apparenza nulla era ancora cambiato
da Il tunnel di F. Dürrenmatt, 1952/1978
trad. it. U. Gandini